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Sabato 02 Lug 2022
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Olvido García Valdés: 'La caduta di Icaro'

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Olvido García Valdés

La caduta di Icaro



I

I crepuscoli si succedono,
fa freddo
e le case di mattoni crudi in periferia
si riflettono nelle pozzanghere immobili.
La Terra rivoltata.
I crepuscoli si succedono.
Cezanne portò a tale altezza
la natura morta
che le cose esternamente morte
riacquistano vita, dice Kandinsky.
Vita è emozione,
ma rimarrà di voi
quel che è rimasto degli uomini
che vissero prima, avverte Lucrezio.
E' poco: polvere, qualche immagine comune
e resti di edifici.
L’anima muore con il corpo.
L'anima è il corpo. Oppure rimangono
tre fotografie, se qualcuno muore.
Finanche un gesto inesplicabile,
impertinente negli occhi, come una sfida,
drizzatosi. Corpo è l'altro.
Irriconoscibile. Dolore.
Soltanto corpo. Il corpo non è io.
Non l'io.
L'immobilità delle cose
nel crepuscolo. La quiete,
per esempio, degli edifici.
Il calare delle ombre
muto e spento..
Come occhi,
due pietre azzurre mi guardano
da un anello.
Gli anelli diligentemente sfilati
alla fine.
Come quello di giaietto e argento.
O quest’altro di un pallido, pallido rosa.
Volti e luci
vi si riflettono nitidamente.
Di notte corro per un campo
in discesa, corro fra gli arbusti
e urto contro qualcosa di vivo
che cerca di raggomitolarsi, di ritrarsi.
E' un bambino piccolo, gli domando
chi è e mi risponde: nessuno.
Questa respirazione profonda
e questo nodo nella zona pelvica
che si disfa e fluisce. Questo sono io
e allo stesso tempo
il dolore alla nuca e agli occhi.
Trascorsa la gioventù,
si sta alla mercé della paura.


II

Verde. Verde. Acqua. Marrone.
Tutto bagnato, coperto di fango.
E’ inverno. E’ percettibile
nel silenzio e nella luminosità
come dell'aria.
Io sono molto piccola.
Un corpo che cammina.
Un corpo solitario;
il malato nella pelle, nello sguardo.
Lo stupore, la durezza assoluta
negli occhi. L’impenetrabile.
Lo squilibrio
fra interno ed esterno.
Un corpo ammalato che avanza.
Da un interno di vetri molto ampi
contemplo gli alberi.
C’è un vento leggero, un movimento
silenzioso di foglie e rami.
Come qualcosa di sconosciuto,
in sospeso. Più in là.
Come una luce
di sbieco e quieta. Il verde
che ferisce o accarezza. Brezza
verde. E se io fossi morto
tutto questo sarebbe egualmente così.


Olvido García Valdés (Santianes de Pravia, Asturias (Spagna), 2 dicembre 1950)

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